Esquire Theme by Matthew Buchanan
Social icons by Tim van Damme

24

Oct

Sono figlia di un padre mai nato.

L’ho capito osservando la sua vita. Da che ho memoria non ricordo di aver mai visto il piacere nei suoi occhi.
Questo mi ha sempre impedito di godere pienamente della mia, di vita. Come può infatti un figlio vivere la propria se il padre non ha vissuto la sua? 

Qualcuno ci riesce, ma è comunque faticoso. E’ un’officina di sensi di colpa che lavora a pieno ritmo.
Mio padre e’ sempre stato un uomo pieno di forza, un lavoratore. Ora però è affaticato, stanco, invecchiato. 
Spesso, soprattutto negli ultimi anni, lo osservo di nascosto. Lo guardo con attenzione e solitamente finisce che mi commuovo senza una ragione valida, se non per quel groviglio interiore che provo da sempre e che mi tiene legato a lui.
Abbiamo avuto una relazione difficile e il nostro è quel tipo di amore che solamente chi ha avuto il coraggio di odiarsi può conoscere. Quell’amore vero, guadagnato, sudato, cercato, lottato.

Per imparare ad amarlo ho dovuto fare il giro del mondo. E più mi allontanavo da lui, più in realtà mi stavo avvicinando. Il mondo è tondo.
C’è stato un lungo periodo in cui non ci siamo parlati. E non parlare con un genitore significa avere ginocchia fragili, significa aver bisogno all’improvviso di sedersi un attimo.
Non perché ti gira la testa, ma perché ti fa male lo stomaco.
Mio padre è sempre stato il mio mal di pancia. Per questo ho iniziato ad amarlo veramente solo dopo che sono riuscito a vomitare tutta la mia rabbia, il mio odio e il mio dolore, visto che molte di queste sensazioni portavano il suo nome.
Quand’ero piccolo volevo giocare con lui, però il suo lavoro lo portava sempre via. Lo ricordo soprattutto in due situazioni: mentre si preparava per andare al lavoro o mentre riposava stravolto dal lavoro. In ogni caso dovevo aspettare: io per lui arrivavo sempre dopo.
Mio padre mi è sempre sfuggito, e ancora oggi è così.
Prima me lo portava via il lavoro, ora piano piano me lo sta portando via il tempo, un avversario con cui non posso misurarmi, con cui non posso competere. Per questo, ora, vivo la stessa sensazione di impotenza che provavo da bambino. Soprattutto negli ultimi anni, ogni volta che lo vedo mi accorgo che è sempre più vecchio, e lentamente, giorno dopo giorno, sento che mi scivola via dalle mani. E ormai non mi resta che stringere forte la punta delle sue dita. All’età di trentasette anni, guardando quest’uomo mai nato, mi viene in mente la frase che Marlon Brando aveva appesa in camera: “Non stai vivendo se non sai di vivere”. Ancora oggi mi chiedo cosa posso fare per lui. Anche se adesso lo vedo fragile, indifeso, invecchiato, anche se ormai sembro più forte di lui, in realtà so che non è così. E’ sempre più forte di me. Lo è sempre stato. Perché a lui basta una parola per farmi male. Anzi, anche meno: una parola non detta, un silenzio, una pausa. Uno sguardo rivolto altrove. Io posso sbraitare e dimenarmi per ore, passare alle ingiurie, mentre a lui per stendermi basta una piccola smorfia, fatta con un angolo del labbro.Se nella vita da adulto lui è stato il mio mal di pancia, da bambino era il mio torcicollo. Perché facevo sempre tutto con la testa rivolta verso di lui, verso un suo sguardo, una sua parola, una semplice risposta. Ma la sua reazione era sbrigativa: una spettinata breve ai capelli, un pizzicotto sulla guancia, il disegno che avevo fatto per lui appoggiato velocemente alla credenza. Non poteva darmi nulla di più perché non solo mio padre non si è mia reso conto dei miei dolori, delle mie necessità e dei miei desideri, ma non si è mai reso conto nemmeno dei suoi. Non è mai stato abituato a esprimere i sentimenti, a prenderli in considerazione. 
Forse per questo motivo anch’io stupidamente non l’ho mai visto come una persona che potesse avere desideri, delle paure, dei sogni. Anzi, sono cresciuto senza pensare che fosse una persona: era semplicemente mio padre, come se una cosa escludesse l’altra. Solo diventando grande e dimenticandomi per un istante di essere suo figlio ho capito com’è realmente, e l’ho conosciuto. Avrei voluto essere grande da piccolo per parlare con lui da uomo a uomo, così magari avremmo potuto trovare una soluzione ai nostri problemi, una rotta diversa da percorrere insieme. Invece, adesso che ho capito molte cose di lui, ho la sensazione di essere arrivato tardi. Di aver poco tempo.
Ora, mentre lo osservo, ho la piena certezza di sapere cose di mio padre che nemmeno lui sospetta. Ho imparato a vedere e a capire ciò che nasconde dentro di sé e che non è in grado di tirare fuori.
A quest’uomo per anni ho chiesto amore in maniera sbagliata. Ho cercato in lui quello che non c’era. Non vedevo, non capivo, e adesso un po’ me ne vergogno. L’amore che mi dava era nascosto nei suoi sacrifici, nelle privazioni, nelle infinite ore di lavoro e nella scelta di caricarsi di tutte le responsabilità. A guardare bene non era nemmeno una scelta, forse quella era la vita che tutti avevano fatto prima di lui. Mio padre è figlio di una generazione che ha ricevuto insegnamenti chiari ed essenziali: sposarsi, fare figli, lavorare per la famiglia. Non c’erano argomenti diversi su cui interrogarsi, solo ruoli prestabiliti. Sono figlio di un uomo che è stato chiamato dalla vita alle armi, per combattere una guerra privata: non per salvare il paese ma per salvare la sua famiglia. Una guerra fatta non per vincere, ma per pareggiare i conti, per sopravvivere. Per tirare avanti. 
Amo mio padre. Lo amo con tutto me stesso. 
Amo quest’uomo che ancora oggi non riesce ad abbracciarmi, che ancora oggi non riesce a dirmi:”Ti voglio bene”. In questo siamo uguali. Ho imparato da lui. Nemmeno io riesco a farlo.

30

Jul

A few questions that I need to know.
How you could ever hurt me so?
I need to know what I’ve done wrong, and how long it’s been going on.
Was it that I never paid enough attention?
Or did I not give enough affection?
Not only will your answers keep me sane, but I’ll know never to make the same mistake again.
You can tell me to my face or even on the phone.
You can write it in a letter, either way, I have to know…
Did I never treat you right?
Did I always start the fight?
Either way, I’m going out of my mind.
All the answers to my questions I have to find.

23

May

IL GIOCO DEL MONDO.

"Tu hai un buon karma" mi disse la commessa del negozio dei tarocchi che in casa aveva un gatto con gli occhi dai colori differenti, e lo chiamava Bowie… Di origine persiana, come i tappeti sui quali Sherazade raccontava storie come fili di tappeti per volare, via da Baghdad. Mercato immobiliare in espansione per uno come me in cerca di attenzione. Così lasciai la sua casa e i suoi incensi purificatori perché mi stancai subito del mondo visto da fuori, visto dai libri, visto dal cinema, visto dalla televisione. Al confine tra il Pakistan e gli Stati Uniti c’è un chiosco che vende documenti usati. Ne comprai uno di un vecchio sultano morto affogato nella cioccolata dell’uovo di Pasqua 
sciolto per il caldo del deserto e delle Cluster Bombs. Ci misi la mia foto e venni accolto ad un ricevimento alla Casa Bianca, lì riconobbi una mia vecchia fiamma che era diventata segretaria di un ministro. Lei non mi riconobbe col turbante e con il visto. La notte a letto disse che le ricordavo qualcuno che aveva conosciuto nel passato. “Pazzesco come è strana la vita!!” mi disse… “Mi ricordi l’unica persona della quale sono stata innamorata, e che ormai è scomparsa per sempre… svanita”
Andando a visitare una mostra di un pittore che dipingeva i quadri col suo sangue e con la sua saliva entrai per caso in un salone di un altro pittore che invece dipingeva col sudore ed una tigre viva usando la sua coda come pennello, e il mondo come unico modello. Ci feci conoscenza e mi spiegò che non aveva mai studiato arte, però comunicava con le bestie più feroci e sfidava la morte ad ogni pennellata. Mi regalò un suo quadro, che regalai ad una mia fidanzata che non riuscivo ad addomesticare, e adesso lei dipinge usando i suoi capelli come pennello, e la mia vecchia faccia come soggetto da reinterpretare. 
Mentre io sono andato ormai lontano 
Mi trovo già in un’altra situazione 
E lancio questi dadi, e avanzo, di qualche posizione 
Nel gioco del mondo, che non si vince mai. 
Messico, distretto federale. Città di ventisei milioni di abitanti in cerca di un tesoro. La mappa è scritta in codice sugli scalini di Teotihuacan, ma un incantesimo cancella il suo ricordo nel momento in cui si scende e si ritorna in centro… Eppure son sicuro che qualcosa mi è rimasto dentro, che quando prendo l’auto ultimamente, guardando il mondo dal retrovisore, vedo la mia vita che va via, e non mi fa paura…. Anzi mi mette addosso un nuovo senso d’avventura. Avere un’altra faccia sulla nuca ha reso più complesso fare manovra, però non son più solo e son contento. Da zero a dieci vale sempre cento. Tra pace e vento scelgo sempre vento. 
Cercavo il regno dei cieli sulla terra, mi sono arruolato nella legione straniera per fare finta di avere un passato da dimenticare. Così sono finito a procurare le donne ai calciatori in fuga dai ritiri, in cambio di ammirare i loro tiri da vicino per imparare l’arte della precisione unita alla velocità e alla strategia, tutto condito con la fantasia… Che è quella cosa che non si può imparare però si può riuscire a risvegliare, così a forza di guardare il pallone presi una decisione e salii sul primo treno per un posto che iniziasse con la A, e piantai le mie tende in Algeria dove conobbi una nuova religione che ti imponeva un sacco di rinunce, tranne di rinunciare alla paura che quella più ce n’era e meglio era. Ma grazie a Dio si fece presto sera e m’infilai nel letto di un’eretica che mi scaldò col rogo dei suoi fianchi e continuava a dirmi già mi manchi, perché sapeva che me ne sarei andato l’indomani… Perché più che una scelta è vocazione.
Al bar c’era Giovanni l’ottimista, si presentò e mi regalò il suo libro che regalai a mio padre nel giorno della sua prima comunione, dicendogli di leggerlo come se fosse scritto in una lingua sconosciuta dove ogni lettera vuol dire sempre vita. In cambio lui mi regalò un cappello da Pinocchio che io indossai a una festa d’ambasciata dove incontrai la madre dei miei sette figli, ognuno nato in un continente differente.
Si riunivano soltanto in occasione di qualche guerra o di un’inondazione, oppure per comporre la canzone che si erano impegnati a registrare, ma che ogni giorno continua a cambiare e che nessuno riesce mai ad imparare per intero. Ci si ritrova immerso dentro a un coro, dentro una sinfonia senza spartito, che esprime come un senso d’infinito, ma con un ritmo più che sensuale.
All’inizio era il caos. Dal caos presero forma i nostri denti fatti apposta per mordere mele. Le nostre braccia per tessere vele, e infine gli occhi per guardare l’orizzonte e non accontentarsi di pensare che quello che non si vede non esiste, che quello che non c’è non c’è mai stato e di conseguenza neanche ci sarà. Questo non è vero. Per questo il nostro gioco non finisce. Per questo lo stupore è un demone che ti rapisce, finché ci sta qualcuno che si affida all’intuizione, getta un dado e avanza di un’altra posizione 
Nel gioco del mondo, che non si vince mai, e non finisce mai 
Mai, mai, mai, mai, mai, mai, mai.
Jovanotti ♥.

02

Mar

Era tutto un complotto: mio padre, la colazione, la scuola, quelli sul tram, quelli a piedi. I marciapiedi. Tutti con lo stesso obiettivo: rovinarmi l’esistenza. Fregarmi. E io cercavo di fregarli a modo mio. Come? Ero libero. Libero! Libero nel senso che non avevo un cazzo da fare, ecco.

19

Feb

Quando ero piccolo pregavo ogni notte per avere una bicicletta nuova. Poi ho capito che con il Signore le cose non funzionano in questo modo; così ne ho rubata una e gli ho chiesto di perdonarmi

24

Dec

Il natale serve a ricordare a quelli che sono soli che sono soli, a quelli che non hanno soldi che non hanno soldi, e a quelli che hanno una famiglia del cazzo che hanno una famiglia del cazzo.

23

Nov

Sono un pendio innevato, con la neve fresca fresca caduta silenziosa nella notte e che ora forma un tappeto candido, liscio, rassicurante. Ma se decidi di camminare lungo quel pendio ti accorgerai di quanto sia faticoso camminare nel bianco, dove non è facile mettere un passo dopo l’altro, dove affondi e la neve ti bagna i pantaloni fino alle cosce e fai fatica a respirare, con il gelo fuori ed il sudore che ti bagna il corpo avvolto nella giacca pesante.

Ma se riesci a superare la fatica, se riesci a ridere della neve che ti arriva alle cosce e ti fa affondare, se riesci in quest’impresa, ardua, anche per il pendio che deve sostenere il peso di tutto questo candore, ti assicuro che quando arriverai in cima potrai riempirti gli occhi del più bel paesaggio mai visto e potremmo godere dei raggi del sole che, pian piano, scioglieranno la neve.

20

Nov

18

Nov

I don’t mind
As long as theres a bed beneath the stars that shine
Ill be fine.
If you give me a minute
A man’s got a limit
I can’t get a life if my heart’s not in it. 

17

Nov

Effy: Hit me.
Freddie: What?
Effy: Just once. I wanna feel something.